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Patata, dal Sud America all’Abruzzo

Patata, dal Sud America all’Abruzzo

Circa quarant’anni dopo la scoperta dell’America, gli europei conobbero la patata, che rappresenta uno dei doni più preziosi che il Nuovo Mondo abbia offerto all’Europa. La patata ha la sua origine in Pe­rù, Bolivia, e Messico dove veniva coltivata già della civiltà Azteca e Incas. […]

L’aglio rosso

L’aglio rosso

Tipicità di Sulmona Nei dintorni di Sulmona in provincia de L’Aquila, viene coltivato l’aglio rosso, detto anche lo “scaccia vampiri cangiante” per via del colore intenso della tunica protettiva. Con­siderati dei “parassiti” se­condo il folclore europeo, i vampiri venivano tenuti lontani grazie alle straordinarie proprietà […]

La pizz’onta regina d’Abruzzo

La pizz’onta regina d’Abruzzo

Anticamente preparata dalle massaie cospargendole di sale o zucchero

Street food tipico della gastronomia abruzzese e regina indiscussa delle sagre che animano i mesi estivi è la pizz’onta, caratterizzata dalla semplicità dei suoi ingredienti. Si tratta di un cibo “povero” preparato con l’impasto per pane o pizza che viene fritto – “onta” nel dialetto abruzzese significa appunto “unta” – e anticamente preparato dalle massaie che lo cospargevano con un pò di sale o lo spolveravano con lo zucchero, se preferito nella versione dolce.

Al giorno d’oggi la pizz’onta viene servita solitamente come antipasto accompagnata da pecorino e da insaccati come la ventricina o la mortadella. Binomio indissolubile è rappresentato da pizz’onta e arrosticini, soprattutto nelle province pescarese, chietina e teramana.

Ma come viene realizzata questa prelibatezza, simbolo d’Abruzzo? Ve­diamo quali sono le dosi per cuocere cinque piz­z’onte: 375 gr di farina 00, 1 cucchiaio d’o­lio extravergine d’oliva, 1 cucchiaio di latte, pizzico di sale, pizzico di zucchero, 1/4 panetto di lievito di birra, 150 gr d’acqua, olio di semi per friggere, zucchero o sale per la superficie.

Per iniziare è necessario sistemare la farina a fontana su una spianatoia con il sale e lo zucchero. Mettere al centro il latte, l’olio e il lievito sciolto gradualmente con acqua. Lavorare tutti gli ingredienti fino ad ottenere un panetto morbido ed elastico. Lasciar lievitare l’im­pasto per un paio d’ore coprendolo con uno strofinaccio da cucina. Sarà pron­to quando avrà rad­dop­piato il suo volume. Trascorso il tempo necessario, riprendere il panetto dividendolo in tante parti di circa otto grammi e dal diametro di circa 6/7 centimetri. Far riposare per altri 10 minuti. Stenderle con il mattarello sulla spia­natoia infarinata formando delle pizzette con uno spessore di circa ½ cm e punzecchiarle con la forchetta per evitare che si gonfino troppo durante la cottura. A questo punto non rimane altro che procedere con la frittura in abbondante olio di semi. Accertarsi della giusta temperatura dell’olio im­mergendo uno stecchino: si creeranno tante piccole bollicine intorno. A questo punto adagiare le pizzette e friggerle da ambo le parti. Farle infine sgocciolare su carta assorbente e servirle calde in versione dolce o salata.

Una variante è rappresentata dall’aggiungere nel­l’im­pasto an­che patate lessate oppure un pò di latte per renderle ancora più morbide e soffici. Nota anche con il nome di pizzonda, pizzondella o semplicemente pizza fritta, troviamo la pizz’onda tra la prime posizioni della classifica dei cinquanta alimenti da mangiare in A­bruzzo almeno una volta nella vita. Da non confondersi con la pizz’onta a­bruzzese, la “pinza onta” di origine veneta, conosciuta anche come “pinza onta polesana”, dal nome della zona da cui proviene – il Po­le­si­ne – che si trova in pro­­vin­cia di Rovigo, e ca­ratterizzata da ingredienti quali i”ci­ccioli” di maiale tritati e la farina Manitoba.

Celiachia,  moda o patologia?

Celiachia, moda o patologia?

Marco Silano, coordinatore Board scientifico Aic: “L’esclusione del glutine nei non celiaci non riduce il rischio cardiovascolare” La celiachia, un ostacolo nell’alimentazione che og­gi­giorno si riesce agevolmente a oltrepassare. La “Settimana Nazionale della Celiachia” torna puntualmente ogni anno proprio al fine di informare e sensibilizzare […]

Il Fragolino

Il Fragolino

Dalla vinificazione di uva fragola Sfiziando e sorseggiando, una tra le bevande che solleticano maggiormente il palato è il Fragolino. Si tratta nello specifico di una bevanda a base di vino rosso, fermo o frizzante, tipico del Nord Italia, ottenuto dalla vinificazione di uva della […]

Il bocconotto, tradizione popolare dal 1800

Il bocconotto, tradizione popolare dal 1800

La ricetta originale di Castel Frentano è molto apprezzata ovunque

Il bocconotto, ci riconduce direttamente alla sua zona di produzione tipica, ossia Ca­stel Frentano, anche se la sua preparazione è molto diffusa anche nei comuni limitrofi di Casoli, Lanciano, Sant’Eu­sanio del Sangro e così via, dove la ricetta presenta delle varianti rispetto agli ingredienti utilizzati, alla procedura di realizzazione ed alla forma stessa del dolce. La prima menzione ufficiale del bocconotto si trova nel vocabolario abruzzese di Do-menico Bielli: buccunotte: pasticcino di forma rotonda con ripieno di miele, crema, cioccolata, panna montata o altro. L’origine di questo dolce è da collocarsi intorno ai primi anni del novecento, anche la ricetta indicata dal Bielli è stata profondamente modificata negli ingredienti.

La tradizione popolare vuole l’origine di questo dol­ce tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 quando in Europa si ebbe la diffusione del cacao, all’inizio questo dolce allietava la tavola delle famiglie nobili e solo successivamente (inizio 1900) si diffuse tra la gente comune.

Il bocco­notto è interamente avvolto da pasta frolla, che inseguito alla cottura assume un bel colore dorato, ed è ricoperto, nella parte superiore, da un abbondante strato di zucchero a velo, al taglio, si evidenzia la farcitura interna di colore scuro, di consistenza compatta e dal profumo fragrante di cioccolato, cannella e mandorle tostate. Il connubio tra la delicatezza della pasta frolla, che costituisce l’involucro esterno del dolce, ed il sapore più deciso della farcitura interna, conferiscono al Bocconotto di Ca­stelfrentano caratteristiche uniche che fanno di questo dolce abruzzese una specialità molto apprezzata e negli ultimi anni vanta validi estimatori anche fuori regione.

Dal sito del Comune di Castel Fren­tano, ecco la ricetta tipica del bocconotto: Si fanno bollire i tre litri di acqua, col chilo di zucchero e si fa sciroppare il tutto; a questo punto si aggiungono il chilo di cioccolato, il chilo di mandorle tostate e la cannella. Quando si raffredda il tutto, si ag­giungono i 20 rossi d’uovo e si sbollenta; quindi si aggiungerà la cannella macinata.

Per la pasta frolla si aggiungeranno i rossi d’uovo montati con lo zucchero; in precedenza si sa­ranno montati un paio di bianchi d’uovo a neve: inoltre si saranno mischiati, con mezzo litro d’olio, le bucce dei limoni grattugiate e la farina necessaria; quindi bisogna ungere con l’olio o con burro le pareti interne delle formette, entro le quali si metterà della pasta frolla, che deve aderire, in uno strato sottile, alle pareti delle formette; in questa sottile camicia di pasta frolla, di ogni formetta, bisogna versare il ripieno di cioccolato e mandorle tritate; compiuta questa operazione, bisogna coprire ogni formetta con un dischetto di pasta frolla, che faccia da coperchio del bocconotto; ora resta solo da infornare le formette ripiene nel forno a 180 gradi.

Il vin santo

Il vin santo

Con uva di tipo Trebbiano e Malvasia Parli dei cantucci e spunta il vin santo. In primis, ricordiamo che si tratta di un vino da dessert. Questo vino tradizionale to­scano e umbro è fatto con uva di tipo Treb-biano e Mal­vasia. Spesso si tratta di […]

Ucci ucci sento odor di… cantucci

Ucci ucci sento odor di… cantucci

I cantucci abruzzesi sono biscotti alle mandorle cugini di quelli toscani Tra le coppie più “affiatate” nel campo enogastronomico, spiccano per ar­monia di sapori i cantucci e il vin santo. I cantuccini sono uno dei maggiori vanti dolciari della To­sca­na. Sono biscotti secchi alle mandorle, […]

Aurum, un brindisi con il liquore d’Abruzzo

Aurum, un brindisi con il liquore d’Abruzzo

Aurum, una parola mol­to familiare a tutti i pescaresi e che ormai è accostata soprattutto alla cultura da quando, ormai una decina d’anni fa, la struttura storica posta nella riserva dannunziana è stata riconvertita nella “Fabbrica delle idee” e divenuta teatro di mostre e iniziative dedicate all’arte.
Eppure l’Aurum rimane ancora oggi un liquore di culto, per il suo gusto particolare, certo, ma anche e forse più per la storia quasi leggendaria che si porta dietro, e che vi andiamo a raccontare.
L’Aurum è un liquore ot­tenuto da una base di brandy mescolata con l’in­fuso di arance; la gradazione è di 40° e, oltre a essere molto apprezzato come bevanda, è impiegato nella preparazione di dolci e per affogare vari tipi di gelato. Si accompagna inoltre perfettamente con gli stessi dolci, in particolare col Parrozzo, che costituisce una sorta di pendant di prodotti tipici locali.

Il suo è un gusto pieno, forte, persistente, di grande eleganza. Può essere gustato semplicemente on the rocks o nella preparazione di gustosi cocktail. Un esempio? Unito allo champagne con zucchero e lime schiacciato, frutta e ghiaccio. La produzione di questo storico liquore fu avviata nel 1925 dall’illuminato imprenditore Amedeo Po­milio, mentre la fabbrica fu costruita negli anni 30.

Il nome Aurum nasce dal fortunato incontro tra l’im­prenditore e il poeta e letterato Gabriele d’Annun­zio che, bevuto il brandy, lo definì levis ponderis au­rum, ovvero “oro di lieve peso” e, proprio unendo il concetto di aurum (oro) e la parola aurantium (arancio), suggerì il nome latino della bevanda. Ma le radici latine dell’Aurum non si fermano qui, anzi affondano in piena epoca romana; la leggenda racconta della storia d’a­more tra Ovidio e Giulia, figlia dell’imperatore Augu­sto. Il grande poeta abruzzese per conquistare la Prima donna di Roma le dona un prezioso nettare agrumato, il Mulsum Ci­treum, racchiuso in un va­so pompeiano dalle linee eleganti.

Con esso una de­dica: “Accetta, o bellissima, una bevanda degna solo degli Dei… e di te”. Giulia accetta il dono e contraccambia l’amore, ma il pa­dre Augu­sto rompe l’incan­te­simo: imprigiona lei che non accetta di la­sciare Ovidio ed esilia il poeta sul Mar Nero. Da questo amo­re leggendario nasce il liquore “Aurum” e la sua caratteristica bottiglia ispirata ad alcuni vasi ritrovati proprio a Pompei. La sua lavorazione nella moderna distilleria mette a frutto l’incontro tra il bran­dy e l’infuso di arance e quindi nella sua definizione e creazione tecnica negli alambicchi arriviamo alla produzione di un li­quore di armoniosi sentori, il cui affinamento si avrà poi nel­le Botti di Ro­vere, prima del trasferimento che negli anni 80 vedrà spostare la produzione nello stabilimento di Città Sant’Angelo e poi, da qualche anno, il passaggio alla Saronno.

L’Aurum rimane tuttavia uno dei prodotti simbolo di Pescara e una delle tante invenzioni del Vate d’An­nunzio, personaggio di­scusso e discutibile ma che ebbe anche la grande lungimiranza di essere uno dei primi artisti a impiegare il suo talento nel marketing e nella pubblicità, ci­mentan­do­si nella creazione di marchi e slogan pubblicitari, oltre che pa­triottici e mi­litareschi. Al­cuni di questi saranno poi resi tristemente celebri dallo scellerato uso che ne farà il fascismo. E va detto che, come pubblicitario, il Vate fu in illustre compagnia, se è vero che Dalì creò, seduto al tavolino di un bar, il logo dei Chupa Chups, e che Pessoa scrisse uno slogan per la Coca Cola.

A d’An­nunzio sono invece ascrivibili altri celebri marchi, uno su tutti quello de “La Rinascente”. Fondata dai fratelli Boc­coni, questo fu il primo ne­gozio italiano do­ve si vendevano abiti preconfezionati; quando un incendio, nel 1917, lo distrusse, d’An­nunzio, rifacendosi al mito dell’Araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri, ebbe la fortunata idea. Ma anche la Saiwa, il Parrozzo, il liquore Sangue Morlacco e alcune campagne per l’Amaro Montene­gro e l’Amaretto di Saron­no devono la propria fortuna alle trovate del vulcanico autore pescarese.

Lasciando l’ambito commerciale, ricordiamo anche alcuni neologismi coniati dal Vate che ancora oggi usiamo giornalmente: fusoliera, tramezzino, velivolo, l’accezione femminile di automobile e la definizione di Vigili del fuoco per i pompieri. Per tutti questi motivi si può dire che, con un bicchiere di Aurum, si assapora non solo un ottimo li­quore dal sapore pieno e deciso e dalle note fragranze agrumate, ma un vero e proprio sorso di storia della nostra bella Pescara.

Trebbiano d’Abruzzo: il bianco da galà

Trebbiano d’Abruzzo: il bianco da galà

Il sapore della genuinità che si combina con l’ele­ganza di un vino dalla personalità definita, è ben rappresentato dal Treb­biano d’Abruzzo. Un vino Doc la cui produzione è consentita nelle province di Chieti, L’A­quila, Pe­scara e Teramo. Per quan­to concerne le proprietà or­ganolettiche, notiamo un […]


My Diary

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Circa quarant’anni dopo la scoperta dell’America, gli europei conobbero la patata, che rappresenta uno dei doni più preziosi che il Nuovo Mondo abbia offerto all’Europa. La patata ha la sua origine in Pe­rù, Bolivia, e Messico dove veniva coltivata già della civiltà Azteca e Incas. Co­lombo durante i suoi viaggi non incontrò personalmente la patata. Venne invece scoperta dallo spagnolo Pizarro, sulla Cor­digliera delle Ande, solo a metà del Cinquecento.

I primi europei che la as­saggiarono, ne paragonarono il gusto a quello della castagna. All’inizio il suo nome era “papa”, ma in Eu­ropa venne chiamata “pa­tata” perché confusa con la patata dolce delle area tropicali americane. Nella seconda metà del XVI sec. la patata fu portata in Italia dai padri Car­me­litani scalzi, i quali la inviarono in omaggio al Papa. Insegnarono al po­po­lo co­me doveva essere coltivata, raccolta e cucinata. Molti mangiavano non i tuberi ma le foglie e i frutti velenosi (contengono solanina), con conseguenti in­tossicazioni.

Le patate conquistarono così una fama negativa, malgrado gli sforzi dei botanici di tutta Europa. A causa di una terribile carestia del 1663, in Irlanda si cominciò a consumare pa­tate per l’alimentazione umana. Molti decenni do­po, durante la guerra dei Setti anni (1756-1763), il farmacista ed agronomo francese Parmentier An­toine-Augu­stin, durante la prigionia in Germania sconfisse la fame grazie al­la patata. Ne ap­prezzò il sapore, constatando la sua facilità di crescita in terreni relativamente po­veri. Tornato in patria, qualche anno dopo Par­mentier propose la “pomme de terre” (patata) ad un premio per nuovi cibi contro la ca­restia.

L’alimento suscitò grande interesse e, dopo la spaventosa carestia del 1785, Luigi XVI ordinò la coltivazione della patata. I ri­sultati non furono quelli sperati. Il re fece coltivare delle patate al Campo di Marte, in un terreno guardato a vista dai soldati reali, per poi spargere la voce che lì si produceva una preziosità riservata al re. La cupidigia fece il suo corso, in molti si trasformarono in ladruncoli pur d’impos­ses­sarsi dei frutti proibiti, e durante la rivoluzione del 1789 la patata era già un cibo popolare. All’inizio dell’ottocento la “plebea” patata trovò la sua consacrazione anche nella Haute Cuisine con le crocchette ideate da Antoin Caréme.

In Italia, nonostante gli sforzi degli studiosi, tra i quali sembra ci fu anche Alessandro Volta, ancora a metà ‘800 la patata trovava una forte resistenza come testimonierebbe la sua marginale presenza nei ri­cettari dell’epoca. Oggi la patata è un cibo che non manca nelle cucine di tutto il mondo. La patata, il cui nome scientifico è Solanum tuberosum ed appartiene alla stessa famiglia dei pomodori. È una pianta erbacea a fusto eretto, alto da 4 a 6 dm.

Di colore verde o rosso-violaceo, robusto, angoloso e ra­moso. Dalla porzione sotterranea del fusto si di­ramano le radici ed all’estremità il tubero. Le foglie sono verdi, i fiori variano dal bianco al violaceo. Tut­ta la pianta ontiene la so­lanina, un alcaloide tossico, presente an­che nel tu­bero. Con la maturazione e la cottura, la solanina vie­ne annullata totalmente. Attualmente si conoscono circa 1.600 va­rietà di patate. Il tubero può essere giallo, rosato, rossiccio, violetto, con polpa sempre farinosa, bianca, gialla o bruna. Da essa si ricava anche la fecola e per fermentazione l’alcool. La coltivazione della patata interessa in tutto il mondo, circa 20 milioni di ettari.

È’ presente persino in Groenlandia; sulle Alpi è coltivabile fino a 1800 me­tri. La minaccia maggiore per la pianta della patata è la peronospora, una malattia che colpisce le foglie. Nel Fucino si coltiva una delle migliori patate in commercio, famose ovunque. Le varietà prevalentemente coltivate sono Aga­ta, Agria, Labella, Laura, Maje­stic, Sirco, Tonda di Berlino e Universa, in prevalenza è utilizzata l’Agria dato che si è dimostrata particolarmente adatta alle caratteristiche del terreno della zona, assicurando elevate produzioni.

La patata del Fucino, è una varietà tipica della piana del Fucino, in Abruz­zo, e facente parte dei prodotti agroalimentari tradizionali con il nome di Pa­tata degli Alti­piani d’A­bruz­­zo (PAT)
Le patate possono avere caratteristiche diverse: for­ma = rotondeggiante – ­ova­le, regolare; buccia = colore chiaro o rosso chiaro; polpa = colore gialla o giallo-chiaro (a seconda della varietà: a pasta farinosa o soda e compatta). Si possono utilizzare in vari modi: bollite, pelate e schiacciate per gnocchi, purea, sugo ecc. Cottura in forno o fritte.